Archivio mensile:settembre 2015

22 martedì Set 2015

vw-auto-golf-epa-1024x683Volkswagen ha ammesso di aver falsificato le emissioni inquinanti per eludere i controlli negli Stati Uniti. Il titolo crolla in borsa e sono in arrivo multe miliardarie.

Volkswagen, una delle più grandi aziende che producono automobili al mondo, ha truccato le emissioni inquinanti delle auto vendute negli Stati Uniti per eludere i test dell’Agenzia americana per la protezione dell’ambiente (Environmental protection agency, Epa). L’accusa, poi confermata dall’amministratore delegato della casa automobilistica tedesca Martin Winterkorn, era stata avanzata dalla stessa Epa e si riferisce alle vetture vendute oltreoceano dal 2009 al 2015.

Maggiolini, Golf, Jetta, Passat e Audi A3 montavano un software sulle centraline dei motori alimentati a diesel che ne falsificano al ribasso i risultati delle polveri sottili e della CO2. Le auto potevano arrivare a inquinare dalle dieci alle quaranta volte in più rispetto ai limiti previsti dalla legge. La truffa pare sia stata progettata solo per aumentare la potenza e le performance dei motori. Per ogni vettura – sarebbero circa 482mila quelle vendute in questi anni – ora la Volkswagen rischia 37.500 dollari di multa, per un totale di 18 miliardi di dollari.

Il titolo della Volkswagen ha perso fino a 23 punti percentuali sulla borsa di Francoforte nella sola giornata di lunedì 21 settembre, pari a circa 15,6 miliardi di euro andati in fumo in una giornata di contrattazioni. Winterkorn, alla guida dell’azienda dal 2007, si è detto “profondamente dispiaciuto” per aver infranto la fiducia dei suoi clienti e ha aggiunto che Volkswagen farà “tutto il necessario per rimediare al danno causato” da questo scandalo incredibile.

L’Epa ha ordinato il ritiro delle 482mila vetture truccate e ha fermato la vendita negli Stati Uniti dei cinque modelli che montano il motore “incriminato”, inclusi quelli a marchio Audi che fa sempre parte del gruppo Volkswagen. I problemi per la casa automobilistica che ha sede nella città tedesca di Wolfsburg, però, sono appena cominciati. Ora sembra che diverse associazioni dei consumatori vogliano muoversi per danni così come il dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti e il governo tedesco che potrebbero aprire ulteriori indagini.

articolo scritto da Tommaso Perrone per LIFEGATE.IT

18 venerdì Set 2015

orso-polare-360x214Sta facendo rapidamente il giro del mondo, trasformandosi in un simbolo che dimostra la realtà (di cui c’è ancora chi stenta a credere) e l’urgenza dell’emergenza rappresentata dal global warming. La foto l’avrete vista tutti: si tratta di una femmina di orso polare emaciata, letteralmente pelle ed ossa, bagnata, infreddolita, e abbarbicata su quel rimane della banchina polare, divorata dal riscaldamento globale. L’autrice dello scatto, pubblicato lo scorso 20 agosto, è la fotografa Kerstin Langenberger, che spiega di aver catturato l’immagine nelle Svalbard, un arcipelago norvegese nel Mar Glaciale Artico, e di averla poi condivisa sul suo blog per testimoniare la triste situazione degli orsi polari, letteralmente affamati dallo scioglimento dei ghiacci.

Normalmente gli esperti considerano le Svalbard una zona relativamente tranquilla per questi animali, dove la loro popolazione è stabile se non addirittura in lento aumento. La situazione che si trova visitando l’arcipelago, racconta però la fotografa, sarebbe un’altra: ghiacci che ritirano a colpo d’occhio, e femmine affamate, ferite, con cuccioli che spesso non sopravvivono ai primi due anni di vita.

Se i maschi infatti trascorrono tutto l’anno sulla banchina polare, dove possono nutrirsi delle loro prede naturali, le foche, rimanendo così in perfetta salute, le femmine hanno spesso un altro destino. Recandosi sulla terra ferma per dare alla luce i cuccioli, spesso resterebbero bloccate a riva dal brusco ritirarsi del ghiacci nel periodo estivo, in un ambiente per loro estraneo, dove sono facilmente vittima della scarsità di cibo e di incidenti.

Per questo Langenberger ha deciso di postare la foto, che secondo la reporter rappresenta un monito dell’urgenza e della gravità della situazione, e delle conseguenze inevitabili che avrà lo scioglimento dei ghiacci dovuto al riscaldamento globale. Un messaggio importante, che non perderebbe la sua potenza anche se, come sottolineano alcuni esperti, la foto mostrasse in realtà qualcos’altro.

Penso che esisteranno sempre, in qualunque popolazione di animali, esemplari in cattive condizioni”, ha raccontato su Live Science Karyn Rode, biologa del U.S. Geological Survey di Anchorage, per spiegare perché ritiene la spiegazione di Langenberger fuorviante. “Può capitare a causa di una ferita, o perché l’esemplare è molto vecchio, e ha perso alcuni dei suoi canini”.

Gli orsi polari infatti sono grandi predatori privi di nemici naturali, e per questo nella maggioranza dei casi quando muoiono è per l’incapacità di procurarsi il cibo. I dati disponibili sulle 19 popolazioni di orsi polari del pianeta parlano in effetti di 3 in declino, 1 in aumento, 6 stabili (tra cui quella delle Svalbard), e 9 per cui mancano dati sufficienti.

Ciò non vuol dire però che la specie sia fuori pericolo. I dati di riferimento risalgono infatti agli anni ’70, un periodo in cui gli orsi polari erano stati portati sull’orlo dell’estinzione dalla caccia eccessiva. Nei decenni seguenti, con la messa al bando internazionale della caccia di questi animali, il numero di esemplari è quindi aumentato notevolmente in tutto il pianeta. Questo però non vuol dire che oggi se la stiano passando bene. La scomparsa dei ghiacci, che continuerà ad intensificarsi nei prossimi decenni a causa del crescente effetto del global warming, determinerà infatti una riduzione sempre più drastica del loro habitat, e secondo gli esperti questo avrà gravi conseguenze per tutte le popolazioni di orsi polari.

La spiegazione di Kerstin Langenberger quindi potrebbe forse essere fuorviante, ma questo non diminuisce l’importanza del messaggio che veicola.

articolo scritto da Simone Valesini per Galileo – giornale di scienza

14 lunedì Set 2015

20550-Behemoth_1A vincere il Green Drop Award è il documentario denuncia di Zhao Liang, che ritrae l’insostenibile peso della corsa sfrenata della Cina allo sviluppo.

Un vero girone dantesco quello raccontato nel documentario “Beixi Moshuo – Behemoth” di Zhao Liang, film in gara alla 72ma Mostra del Cinema di Venezia. È un film denuncia, dalle immagini evocative, a vincere la quarta edizione del Green Drop Award, premio assegnato al film che meglio ha interpretato i valori della sostenibilità ambientale.

Organizzato da Green Cross Italia, Ong fondata da Mikhail Gorbaciov, ha visto la partecipazione di una giuria d’eccezione presieduta daRemo Girone, che ha motivato la scelta in quanto il film cinese: “rappresenta una denuncia dello sviluppo insostenibile della Cina e delle società industrializzate”.

“Mi sono ispirato a Dante”, commenta il regista. “Nella Divina Commedia, Dante attraversa in sogno l’Inferno, il Purgatorio e il Paradiso. In Behemoth ho descritto un’enorme catena industriale, in cui i colori rosso, grigio e blu rappresentano rispettivamente i tre regni danteschi. Attraverso lo sguardo contemplativo del film, analizzo le condizioni di vita dei lavoratori e l’insensato sviluppo urbano. È la mia meditazione critica sulla civiltà moderna, in cui si accumula ricchezza mentre l’uomo perisce”.

E’ questo Behemoth, come conferma anche la giuria, nella sua motivazione: “Un documentario di denuncia sullo sviluppo insostenibile della Cina e delle società industrializzate. Gli uomini, le donne, l’ambiente, la natura sono rappresentati come sacrificio in nome di un progresso che, con un colpo di scena finale, si rivela inesistente. Nel viaggio dantesco simulato dal regista cinese non c’è salvezza, ma insegnamento morale, un monito per gli spettatori di ogni latitudine del globo”.

Perché il cinema è e dev’essere anche questo. Rappresentazione della realtà. Una realtà che spesso ci obbliga a fermarci a riflettere. “Questo film, non parla solo della Cina ma di tutti noi”, ha commentato Marco Gisotti, direttore del Green Drop Award. “Probabilmente ‘Behemoth’ è il film più politico di tutta la Mostra di quest’anno”.

articolo scritto da Rudi Bressa
http://www.lifegate.it/persone/news/green-drop-award-beixi-moshuo-venezia

14 lunedì Set 2015

aloeUna pianta dalle proprietà miracolose: questo sembrerebbe essere l‘aloe vera
panacea dei giorni moderni. Ilgel estratto dalle sue foglie è utilizzato quotidianamente da molte persone, per un mercato da 13 miliardi di dollari l’anno. Ma cosa sappiamo davvero di questa pianta miracolosa? Conosciamola meglio.

La pianta. L’aloe vera (Aloe barbadensis Miller) appartiene alla famiglia delle Aloeaceae. È una pianta succulenta che predilige i climi caldi e secchi. Le sue foglie, molto carnose, sono lanceolate con apice acuto, disposte a ciuffo e dotate di spine laterali. La loro lunghezza va da 40 a 60 cm. I fiori, disposti lungo un gambo che s’innalza al centro delle foglie, sono di colore giallo o rosso. Si riproduce con impollinazione incrociata (i fiori maschili e quelli femminili della stessa pianta non si incrociano mai tra loro).

Le origini e la distribuzione. La provenienza non è nota. Le prime piante risalgono a circa 19 milioni di anni fa: trovate in Africa del sud, per adattarsi alle mutevoli condizioni climatiche, si sarebbero poi diffuse a nord-est fino ad arrivare al Corno d’Africa. Da lì, grazie alla spinta evolutiva, hanno raggiunto e si sono sviluppate in molti nuovi habitat: Arabia, Madagascar, regioni desertiche, Messico, Moldavia, Santo Domingo, Argentina, Colombia, Cuba, Paraguay, Sudest Asiatico. Una popolazione di aloe vera selvatica però non è mai stata trovata e questo fa presupporre che in natura si sia estinta e la sua presenza abbondante in molte zone, sia dovuta a migliaia di anni di coltivazione. A dirlo è Nina Rønsted, specialista nell’evoluzione delle piante medicinali presso il Museo di storia naturale di Copenhagen in Danimarca che con altri colleghi, botanici europei e africani, ha collaborato nella realizzazione di un importante progetto, racconta il New Scientist, finalizzato alla ricostruzione dell’albero genealogico di questa pianta. Oggi l’aloe vera è coltivata in Africa, Australia, America, Russia e Giappone. In Europa si trovano estese coltivazioni in Spagna e in Italia, al sud anche se le dimensioni di queste ultime sono ancora limitate.

I composti e le proprietà. Nonostante le sue origini lontane nel tempo e la storia – che ne documenta l’uso come prodotto di bellezza da parte di Cleopatra e curativo da parte del chirurgo greco Dioscoride (autore del De Materia Medica) che la usò per curare tutti i problemi dei soldati dell’esercito di Nerone: dal mal di gola alle ulcerazioni dei genitali – lo studio sistematico e strutturato dell’aloe vera iniziò solo nel 1959 con Bill Coats, un farmacista texano.Dal punto di vista chimico contiene tre tipi di composti: gli zuccheri complessi (glucomannani e in particolare l’acemannano) presenti nel gel trasparente interno alla foglia; composti chimici legati a uno zucchero (gli antrachinoni, aloina in particolare) nella parte verde e coriacea della foglia e altre sostanze quali vitamine, aminoacidi, acidi organici, saponine e lignine, sali minerali, fosfolipidi (grassi) ed enzimi. Ai glucomannani sono riconosciuti effetti immunostimolanti mentre agliantrachinoni, proprietà lassative. Ma sono molte di più le presunte capacità attribuite all’aloe vera: cicatrizzante, rigenerante, antinfiammatoria, idratante, antipiretica, analgesica, batteriostatica, virostatica, fungicida, antistaminica, emostatica, disintossicante, antitumorale, disinfettante, emolliente.

L’uso. Le tante e potenziali capacità dell’aloe fanno sì che il suo utilizzo sia diffusissimo. Dalla cosmesi alla cura l’uso del gel dell’aloe vera è vastissimo: rimedio per problemi dermatologici, al trattamento di ustioni, come digestivo, crema lenitiva, idratante, solare, parte di detersivi, carta igienica e deodoranti. Sempre più frequentemente, la si ritrova poi polverizzata e aggiunto come integratore in alimenti come ad esempio lo yogurt. L’elenco è piuttosto lungo.

Prove a sostegni di efficacia. Ad oggi non ci sono sufficienti e robuste evidenze scientifiche a sostegno della sua efficacia. Due recenti revisioni sistematiche della letteratura scientifica – una effettuata per verificare le prove delle capacità di guarigione delle ferite acute (lacerazioni, ferite chirurgiche, ustioni e delle ferite croniche (ferite infette, ulcere venose) e l’altra per valutare l’efficacia nella prevenzione del trattamento delle flebiti (infiammazione della vena) nei pazienti ricoverati in ospedale in terapia somministrata per via venosa – non ne hanno confermato la reale efficacia.

Anche le sue capacità curative nei confronti di diversi tipi di tumori non sono scientificamente provate: ad oggi non esistono studi scientifici che documentano un ruolo certo dell’aloe vera nella prevenzione o nella cura del cancro anche se, come spiegano gli esperti dell’Associazione Italiana per la ricerca sul cancro (Airc), alcuni dei composti contenuti all’interno della pianta sono in fase di studio.

Perché ha così successo?. Le specie di aloe sono circa 500 – 200 quelle studiate da Rønsted e gli altri scienziati – e molte sono quelle che hanno all’interno delle loro foglie gel del tutto simile a quello dell’aloe vera. Secondo i ricercatori poi il 25% delle specie di aloe hanno un uso medicinale ma questo il più delle volte è conosciuto solo nel contesto in cui la specie viene coltivata, cresce ed è utilizzata, ovvero localmente. Perché però proprio l’Aloe Vera ha riscosso così successo? Per caso e a ragioni strettamente pratiche, secondo Rønsted: è facile da raccogliere, da coltivare e da trasportare e le piantine sono in grado di sopravvivere a lungo senza terra e acqua. Anche tagliate le foglie si mantengono fresche e sono utilizzabili per un lungo periodo di tempo.

Articolo scritto da Marina Vanzetta
http://www.galileonet.it/2015/07/cosa-sappiamo-sullaloe-vera-tra-scienza-e-leggenda/

14 lunedì Set 2015

alberi3.040.000.000.000, ovvero 3,04 bilioni, circa 420 per ogni essere umano che abita il pianeta. È questo il numero di alberi presenti oggi sulla Terra, almeno stando alle più recenti stime della densità e distribuzione delle foreste del globo, pubblicata su Nature dai ricercatori della Yale University. Una cifra enorme, certo (le stime precedenti si fermavano a circa di 400 miliardi), ma quasi dimezzata negli ultimi 11mila anni in seguito alla deforestazione provocata dalle attività umane.

Finora non esisteva in effetti una stima realistica del numero di piante ad alto fusto presenti sulla Terra. Per valutare progetti di riforestazione e contrasto dell’inquinamento atmosferico, scienziati e legislatori dovevano quindi accontentarsi delle immagini satellitari per cercare di valutare l’estensione delle aree boschive. Una soluzione insufficiente, perché conoscere il numero e la densità degli alberi, e le riserve di legname esistenti, è essenziale per comprendere i processi biologici che coinvolgono le aree boschive, e la struttura di questi ecosistemi fondamentali per la “salute” del pianeta. Per ottenere una stima affidabile, i ricercatori di Yale hanno dovuto utilizzare i dati sulla densità degli alberi raccolte negli anni in oltre 400mila aree boschive del pianeta, incrociando questi dati per ottenere una mappa globale della densità degli alberi in tutti gli ecosistemi della Terra. Il risultato, spiegano i ricercatori, rappresenterà ora una misura di riferimento, utile per realizzare ricerche in una grande varietà di campi, dallo studio della biodiversità animale e vegetale, fino al perfezionamento deimodelli climatici disponibili.

Ancor più importante forse, i risultati dello studio saranno indispensabili per programmare i futuri interventi in difesa delle foreste, e i progetti che mirano a contrastare l’aumento di CO2nell’atmosfera. Stando all’analisi pubblicata su Nature, ogni anno sono circa 15 miliardi gli alberi che vengono abbattuti dall’uomo, di cui solo cinque miliardi vengono rimpiazzati da nuove piante. Numeri che fanno riflettere, come ha spiegato alla Bbc Henry Glick, uno degli autori dello studio.

“Non sembra essere una percentuale insignificante, e dovrebbe quindi portarci a considerare accuratamente il ruolo che la deforestazione sta avendo sugli ecosistemi”, ha sottolineato il ricercatore. “Visto che la perdita di alberi è dovuta principalmente alla raccolta di legname e alla riconversione dei terreni all’agricoltura, i numeri sono probabilmente destinati ad aumentare con la crescita della popolazione umana prevista per i prossimi decenni”.

Se il passato può essere da esempio, a partire dall’ultima glaciazione, circa 11mila anni fa, gli alberi scomparsi a causa dell’attività umana sarebbero circa 3 biliardi. Come ricordano i ricercatori, l’Europa nel lontano passato era praticamente coperta per intero da un’unica enorme foresta, che oggi, dopo millenni di agricoltura, ha lasciato spazio a distese di pascoli e campi coltivati.

articolo scritto da Simone Valesini
http://www.galileonet.it/2015/09/ecco-quanti-alberi-ci-sono-nel-mondo/

14 lunedì Set 2015

orsi-360x234Sono il simbolo del riscaldamento globale, minacciati di estinzione dallo scioglimento delle calotte polari. Gli orsi polari, però, potrebbero sopravvivere anche senza le loro prede preferite: lefoche. Lo suggerisce uno studio dei ricercatori del Museo Americano di Storia Naturale, pubblicato su Plos One. Secondo i nuovi calcoli, i candidi plantigradi potrebbero salvarsi cacciando caribù e oche delle nevi sulla terraferma.
Gli orsi polari, Ursus maritimus, sono abituati a non alimentarsi per giorni nel periodo estivo, ma con le dovute limitazioni. Con l’innalzamento delle temperature, infatti, il ghiaccio manca per periodi sempre più lunghi e il grasso accumulato nel periodo primaverile, cibandosi di cuccioli di foca e carcasse di trichechi e di cetacei, non basta più. Ma fortunatamente (per loro) il cibo sulla terraferma c’è, e secondo le osservazioni condotte in Canada da Linda Gormezano e Robert Rockwell del Museo Americano di Storia Naturale, sembra anche che gli orsi inizino a sfruttarlo.

“Gli orsi polari sono molto opportunisti, tanto che è ormai ampiamente documentato il loro consumo di diversi tipi di cibo sulla terraferma” ha dichiarato Rockwell, che ha studiato l’ecologia artica della baia di Hudson occidentale per quasi 50 anni. “L’analisi degli escrementi e le osservazioni dirette ci hanno mostrato che orsi polari subadulti, gruppi familiari e anche alcuni maschi adulti stanno già mangiando piante e altri animali, durante il periodo in cui il ghiaccio è più sottile e non consente loro di cacciare le foche“. Infatti sulla costa occidentale della baia di Hudson, nella provincia di Manitoba, gli studiosi hanno osservato questi mammiferi cacciare anche i caribù.

Gomezano e Rockwell hanno così calcolato il bilancio energetico tra i costi della caccia e l’apporto calorico di prede come il caribù, ma anche di oche delle nevi e delle loro uova. E hanno scoperto che probabilmente le risorse della terraferma sono più che sufficienti per sopperire al bisogno energetico degli orsi polari. Un orso, quindi, dovrebbe mangiare in media un caribù ogni 27 giorni per scongiurare la fame: una frequenza più o meno simile ai ritmi con cui caccia le foche. Inoltre, dal momento che in primavera gli orsi polari giungono sulle coste sempre prima, potrebbero arrivare sulla terraferma proprio nella stagione in cui i caribù partoriscono e le oche delle nevi depongono le loro uova. Cuccioli e uova sarebbero quindi pasti sostanziosi e soprattutto facili da ottenere, senza un grosso dispendio energetico. “Queste specie potrebbero diventare una componente cruciale della dieta degli orsinella stagione estiva” ha specificato Rockwell, consentendo così la sopravvivenza della specie.

Finora gli studi precedenti, infatti, hanno dipinto una situazione catastrofica: dal 2068, gli orsi polari rimarranno bloccati sulla terraferma per circa 180 giorni l’anno, e la maggior parte dei maschi adulti (tra il 28% e il 48%) morirà di fame. Ma questi studi non tengono conto dell’assunzione di cibo sulla terraferma: un adattamento che potrebbe ridare speranza alla conservazione di questa specie. Se la nuova situazione funzionerà nel lungo periodo, però, dipende da diversi fattori, come il tasso di successo nella caccia, e se le oche e i caribù si adatteranno ai cambiamenti climatici e riusciranno a sopportare la pressione predatoria.

articolo scritto da Francesca Buoninconti
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Credits immagine: AMNH/R. ROCKWELL